Recensione disco “Pipelettes” su L’isola che non c’era-Settembre 2011

Un trio “classico”, decisamente, ed un approccio strumentale altrettanto classico, privo di forzature, senza fronzoli, diretto ed asciutto: il trio di Angelo Lazzeri, forte di una intensa attività dal vivo, non ha certo problemi di interplay. Anzi, per certi versi viaggia con il pilota automatico inserito, se in questo senso si intende la tranquillità e la sicurezza di “trovarsi”, sempre e comunque, senza alcuna difficoltà.

In effetti i dieci brani che compongono Pipelettes hanno una struttura estremamente semplice, ed assomigliano, per certi versi, a dieci singole jam session, proprio per la naturalezza con cui si sviluppano, quasi non ci fosse uno spartito alle loro spalle, ma i musicisti, partendo da un’idea, da un abbozzo iniziale, lasciassero scorrere le idee in totale libertà, senza mai perdere il filo del discorso. E, forse, il fatto di conoscersi così bene, permette loro di “sentirsi” prima ancora di suonare.

Qualche accenno alla fusion degli anni ’80, alcuni passaggi ricordano il Larry Carlton più morbido, ampi riferimenti al jazz anni ’60, Charlie Christian, Joe Pass, Wes Montgomery, ma anche la capacità di sviluppare un discorso musicale proprio senza riproporre sequenze già sentite, e di raccogliere e sviluppare l’eredità tecnica di quei periodi.

Interessante, ad esempio, l’uso dei piatti da parte di Paolo Corsi, a tratti prevalenti sul più “canonico” rullante, senza per questo perdere nulla nell’efficacia ritmica, così come risultano efficaci i contrappunti di Daniele Mencarelli, che conferma la solidità e la ricchezza di talenti della scuola italiana dei bassisti/contrabbassisti.

Angelo Lazzeri e la sua chitarra, peraltro, suonano “rotondo”, con timbriche soft: spesso le corde sono più accarezzate che “colpite”, le pennate non aggrediscono, ma accompagnano la melodia, creando un effetto sonoro piacevole, solare, intenso. Cactus, ad esempio, titolo davvero tutt’altro che casuale, offre davvero la sensazione di una camminata nel deserto, dei passi affaticati nella sabbia, del caldo e della sete…

Anche nei brani in cui appare la chitarra acustica, ad esempio Corso Cavour, i timbri sono sempre molto delicati, poco metallici; la ricerca dell’armonia prevale sull’approccio grintoso, che pure fa capolino, di tanto in tanto.

Un album equilibrato, meditativo, ragionato, eppure intriso di libertà espressiva, un lavoro stilisticamente uniforme che lascia però lo spazio a guizzi, invenzioni, improvvise accelerazioni – il tutto senza mai scivolare nel barocco o nell’autocompiacimento.

Andrea Romeo

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